Random sulle Apuane

Parti da Marina di Massa (che per me è Marina di Carrara) l’assessore Marco Iardella che ora gestisce l’ostello Apuano – luogo del cuore – mi spiega che il limite tra le due città è demarcato dal fosso che vedo uscendo su Via delle Pinete a sinistra, in località Partaccia.

Un po’ antipatica la Torre Fiat sullo sfondo, ma tu non la guardi. Prendi un caffè al bar Stella 2002 da Mario (qui col papà Mario pure lui, che aveva una MotoBI) sulla promenade che porta in riva tra file di senegalesi che vendono ombrelli, rosticcerie, locali chiusi. Mario parla dello spopolamento di Carrara, come pure aveva fatto Pietro di Perro responsabile del museo del marmo e precedentemente del CPA centro arti plastiche. I primi sono stati i giovani a fuggire il centro-bellissimo- di Carrara, per farsi i fatti loro. Ma è anche un discorso di delocalizzazione e industrializzazione sbagliata, qui doveva nascere l’industria del marmo ma storicamente ne sono sorte altre. Mario mi dice che fra un po’ pure Avenza sarà più popolata e sua mamma – Maria, ovviamente – ha nostalgia di quando a fine stagione si trovavano tutti insieme con gli altri del posto a fare grandi pentolate di cozze prese direttamente dal frangiflutti antistante. A quei tempi i pini crescevano sulla spiaggia sino in riva al mare, come alle Hawaii, e mi mostra alcune foto all’interno del locale. È proprio vero. poi guarda sulle montagne dato che voglio andare a Campocecina e mi sconsiglia indicandomi le nuvole, ma io non ci capisco nulla. È l’occasione per indicare anche la grande galleria che attraversa Carrara per non mostrare il transito continuo di camion carichi di marmo, costata una vera fortuna. Con la moto ci sono stato ai piedi della cava di Colonnata e ai margini del ravaneto, la strada è impressionante sia per pendenza, come sempre sulle Apuane, che per i buchi e i cedimenti procurati dai camion.

Mi parla del Passo del Vestito, frequentato dai motociclisti, e mi spiega che devo andare a Massa, girare verso il monte all’altezza di quel monumento…che non gli piace, con tutti i lastroni di marmo storti. È imponente. Scoprirò che prende il nome Le Vele, in piazza Bad Kissinger

Se in questi luoghi vai verso il monte partendo dalla litoranea ti trovi a percorrere viali alberati…molto grandi, non è difficile indovinarne il perché, è una salita costante con una pendenza lieve che dura chilometri, poi improvvisamente la cittadina finisce, i cartelli stradali spuntano fitti come ceppi di chiodini e indicano una ridda di valli sorelle, lasci sfilare spesso grandi strutture come ospedale, caserma, istituto…non so perché Carrara (o Massa) li scelga come ultimo saluto prima della sparata per strade improvvisamente strette e ripide, scoscese, piene di carbonato di calcio color fango nella pioggia quanto candido e incrostato sulla tua moto quando asciutto, buchi gallerie scolpite nel marmo e se guardi a valle beh, capisci che è meglio non finire fuori strada perché è così scosceso che ti fermeresti solamente a fondovalle…

Piove sulla strada per il Passo del Vestito, ti metti le protezioni. quelle pesanti le hai lasciate nella tua stanza, hai k-way (ottima), sovrapantaloni impermeabili, sovrascarpe e…basta. IL Guanto è il tuo tergi della visiera, sali tra le nuvole. Alessandro si chiama l’omone barbuto e sudato che incontri per chiedere indicazioni. Gli domandi se vuole un passaggio, sorride e dice di no. Ma arrivato ad Antona te lo trovi davanti, non capisi come ti abbia preceduto. Ti chiede se hai sbagliato strada ma non riesce a star serio e scoppia a ridere: un passaggio gliel’hanno dato, ma in macchina. Ha il diabete mellito e deve camminare , è rumeno, abita qui da tanto e odia la corruzione politica sia in Italia che in Romania. Ti parla dello spreco di acqua nelle tubature del sottosuolo italiano, 40% al nord, 50% al sud e allarga le braccia. Ma prima mi dice di mangiare da Piero. Mai scelta fu più felice, ti accoglie una signora di una certa età, gentile, un peperino tipicamente toscano, testa eretta e movimenti precisi. I ravioli caserecci…sono una favola. Commoventi quasi quanto l’odore che  ritrovi nel bagno, un’aria pulita e muschiata con un sottofondo di alborella pescata sul lago di Como con tuo padre che avevi dimenticato e che si è ripresentata a sorpresa da tuatt’altra parte. Dopo i ravioli la signora ti chiede se vuoi un dolce: sorride, lo sa che non c’è posto per altro. Fantastica.

Arrivi al passo della Fioba, indicazioni per un orto botanico immerse nella nebbia, il gestore del ristoro è un ragazzone dall’ampio sorriso, scende in macchina per fare spesa, si scusa e saluta, ma è disposto a riaprire per il tuo caffè, grazie non è necessario. Scende la strada buchi due gallerie le Apuane col sole sullo sfondo scendi in un paesaggio lunare verso il Lago di Isola Santa e ti fermi: bellissimo antico borgo dai tetti di ardesia, non c’è nessuno, la strada è un budello tra le casette, ristorante chiuso. Una gatta giovane con collarino ti corre appresso e gioca, tu vai in riva a guardare i pesci bollare e lei ti segue. Il posto è sia bello che spettrale, in fondo c’è la diga e l’acqua è verde bottiglia. La gatta, animale magico ed egizio, ti salta in braccio.

Si fa scuro e riprende a piovere, è ora di tornare. Scendi verso Forte dei Marmi e fai la valle del Corchia. Ti fermi a guardare il fiume da un ponte, è piccolo ma bello. Una piccola rana saltella disperatamente sul provinciale, ha dinanzi un muro alto un metro. Ti sfili un guanto e l’afferri delicatamente, è un muscolo dalla testa alle zampine, protende disperatamente la testa tra le dita per scappare. Ti affretti a gettarla in acqua senza guardare, la fretta non è mai una buona consigliera. In quel punto un cavedano ha un guizzo e l’afferra. Sparita. Allunghi il collo anch’io, spero la sputi, ti sembravano pesci piccoli. L’episodio demarca l’inizio del buio totale, come se la giornata fosse finita. Salti sulla moto, ancora mezz’ora di strada. Ti attende una lunga doccia bollente.

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…qui con Edoardo

Ed ecco anche il figlio Edo (ardo) in sella alla Honda Eliminator del papà che ha rubato un paio d’occhiali ad Elton John, probabilmente per nascondere le abbondanti libagioni presso il Civico Zero di Canarazzo, dove nel classico ambiente arioso ed informale del fiume (Ticino) si possono avere dei bei taglieri di salumi e formaggi guardando scorrere l’acqua che, ve lo dice un pescatore, fornisce lo spettacolo più sano e ricostituente esistente al mondo, col suo fluire e divenire.

Sono piatti un po’ pesanti, come suggerisce il mio sguardo da suora laica.

Siamo sul mitico ponte di barche di Bereguardo.

 

 

Alessandro e Federico Maraschi

Siamo tornati sul luogo del delitto, sulle Dolomiti. Conosco Alessandro, qui col figlio Federico, dai primi anni ’80: è lui l’autore della mia foto di presentazione su Storicozundapp tumblr, nel 1984. In Val di Fassa, o era la Val San Nicolò? più probabilmente la seconda.

Sono amico di famiglia da tanto. Quando tornavo in moto dalle mie giornate sul Ticino, da ragazzo, mi fermavo a Cusago a cena dalla famiglia Maraschi. Una famiglia numerosa. Tonavo a notte fonda dopo aver parlato a lungo con suo padre, Ferdinando. Un rituale collaudato. Il “signor Maraschi”, come l’ho sempre chiamato, (o professor Maraschi, come lo chiamavano molti) spaziava dalla chimica alla filosofia…a tutto il resto!

Vorrei rendergli giustizia riportando qualcosa di suo, ma è impossibile. La parlata magniloquente avrebbe dovuto essere fissata su di un registratore.

Nelle nostre cene sedeva a capotavola. Dal soffitto scendeva un lampadario tenuto da una molla, era il segnale d’inizio del simposio. La televisione era alle sue spalle, ma lui la guardava tramite uno specchio alla parete opposta.

Il professor Ferdinando se n’è andato recentemente. In giugno ho preso un bus per la Toscana, e in corrispondenza dell’uscita di Lodi si è materializzato con chiarezza, visibilissimo dall’autostrada, il cimitero dove l’abbiamo accompagnato per l’ultima volta. Una luce e uno schiaffo.

Alessandro è una delle persone più allegre e concrete che conosca. Studi di giurisprudenza, lavora in banca, ma è anche segretario degli Agrotecnici e ha la passione della terra, che lavora tutti i sabati in quel di Gaggiano in un tripudio di aironi e nutrie.

Gli ho fatto venire la passione della moto. Dal canto suo mi ha fatto una testa tale con gli Alpini di cui è stato tenente durante il servizio militare che avevo fatto anch’io domanda per lo stesso corpo.

Ora ha due figli ma in Val di Fassa ha condotto una carriera di “latrin lover”. Mi ha portato sulle sue montagne in ferrata e passeggiata, c’era una bella compagnia e si stava troppo bene.

Gli anni passano per tutti, eccolo qui con un paio di occhiali da “calabrone” da non portare mai senza casco e pieno di orgoglio paterno. Basta cliccare “Alessandro Maraschi” nella banda di ricerca per vederlo nuovamente riapparire. (https://storicozundapp.wordpress.com/2014/01/11/alessandro-maraschi-2/)

Io lo rivedrò comunque perché siamo sempre stati amici.

 

 

 

alessandro federico

Io sono nato qua

Io sono nato qui.

questa è la casa dei miei avi e in questo cortile mio nonno paterno Francesco ferrava i cavalli.

Ora vivo in una casa piccola e signorile, proprio al contrario di questa. Ma se è agevole definire le quantità “grande” e “piccolo”, dire ciò che è signorile e ciò che non lo è diventa assai complicato, soprattutto alla luce di considerazioni tipo: chi è ricco? Chi ha tanti soldi o chi dispone di tanto tempo? E dato che una persona ricca è la più povera del mondo se non ha il tempo materiale di godersi le proprie cose, anche una casa vecchia, sporca, malandata, col glicine che le sale sul tetto può essere accattivante come una partita di calcio tra ragazzi giocata nel fango, tutti assieme, tutti amici, tutti vivi. Mentre una piccola sala d’aspetto di un medico, sterilizzata, asettica, ordinata, non ha mai fatto felice nessuno.

Quando una moto è bella…e quando è…brutta? Io le moto le distinguo in due categorie, quelle da esposizione e quelle da uso. Il mio Zundapp è del 1979, reca parecchi graffi, ma è perfettamente marciante. E’ da uso, e in questo sta la sua bellezza.

Dunque una cosa può essere bella-ricca-desiderabile quando il concetto di grande si sposa a quello di funzionale. E’ stato dimostrato che la solitudine è maggiore in un appartamento angusto.

Cara vecchia casa-quanto mi sei mancata nei primi mesi-col silenzio del grande cortile disabitato- son quasi ammattito. Con…l’assenza di un citofono sulla strada- assenza degli inquilini ormai sfollati-tegole sollevate sul tetto-ondolux slabbrato che canta col vento-enorme box per le macchine-enorme box per le moto- innumerevoli pezzi d’officina dell’ex garage confinante dei miei.

Elenco di ricordi:

il portone metallico che sbatte e vibra, le partite di calcio in cortile, lo stagnino al primo piano, la signora Beramonti e il suo scialle, il signor Fiamminghi che legge il giornale di notte nel bagno in fondo alla ringhiera con la porta aperta e la luce accesa, le corse sul fiume con suo figlio Giorgio, io col Muller Zundapp col carburatore 14/12 e le marce da strada che gli avevo fatto mettere, e lui col Fantic Caballero truccato col carburatore 19, l’acquario a muro, le mie marmellate di glicine, l’acqua frizzante ottenuta con l’idrolitina. La mia giovane mamma che cucina e mio padre che sale per pranzo e si lava le mani con una pasta speciale, io che l’avevo visto pochi minut prima uscendo da scuola e passando davanti alla vetrina dove faceva i conti con suo fratello, in via Moscati…prima di accedere al cortile attraverso una porta interna del garage.

Qui siamo nel cosiddetto quartiere cinese, una volta era periferia ed era circondato dai campi, qui si fermavano i cavalli a fare rifornimento nel codiddetto “borgo dei cipollai”. Via Canonica proseguiva nell’attuale via Pier della Francesca, parallela a Corso Sempione, che porta al Passo del Sempione…

Un pezzo di Storia, una cascina in piena città, un rifugio incredibile…non appena aprivi il portone per entrare nel vasto cortile, e ti lasciavi la città alle spalle. Amarcord